Gli Yama – यम

Jāti, deśa, kāla, samaya, anavacchinnḥ sārvabhaumāḥ mahāvratam.   (Yoga Sūtra II, 31)

“Lo sviluppo etico nella vita non dipende dalla classe, dal tempo o dalle circostanze. Si tratta di principi universali, destinati a porre fine agli istinti distruttivi della mente umana (verbali, fisici e mentali)”. B.K.S. Iyengar.

Dopo essermi dedicata per tre anni allo studio dello yoga, ho sentito l’esigenza di rivedere e approfondire alcuni aspetti che ritengo fondamentali per chi si accinge a praticare questa disciplina: gli Yama e i Niyama,  i primi due “petali” dell’ Ashtanga Yoga di Patañjali (fondatore del sistema dello yoga).

Patanjali

Gli Yama possono essere definiti discipline etiche, regole morali da applicare alla vita individuale e sociale, la cui mancata osservanza porta ad una vita fatta di dolore ed ignoranza. Sentimenti come la violenza, la falsità, il furto, l’eccessivo attaccamento vengono superati cambiando l’orientamento del pensiero attraverso la pratica. Applicando gli Yama, il carattere può essere modificato e le azioni, radicate negli stati mentali nocivi, possono essere superate, cosicché lo stato di coscienza non venga disturbato e si possa accedere alle pratiche superiori.

Negli Yama è possibile distinguere tre aspetti:

bahiranga che significa verso l’esterno, Ahimsā e Satya appartengono a questo aspetto, infatti trasformano l’uomo attraverso il contatto con il mondo esterno;

antaranga verso l’interno, Asteya e Bramacarya rappresentano, invece, aspetti soggettivi ed interni all’uomo;

antarātman il Sé interiore, Aparigraha può essere considerato un aspetto di antarātman  in quanto è un’impronta istintiva  che si basa sull’esperienza che continua vita dopo vita e, come dice Iyengar, deve essere trattata dalla luce illuminante del Sé.

Vediamo ora quali sono le regole morali di Yama:

Ahimsā –  अहिंसा – La non violenza

Satya – सत्य – La verità

Asteya – अस्तेय – L’onestà, il non rubare

Brahmacarya – ब्रह्मचर्य – La continenza, l’auto ritenzione, il non eccedere con gli atti sessuali

Aparigraha – अपरिग्रहः – La non avarizia, il non attaccamento

Nella Bhagavadgītā (cap. 6 vers0 10) Krsna parla ad Arjuna:

“Lo yogin deve continuamente fissare la mente sul Sé universale, in solitudine restato, tutto solo, nel dominio del proprio spirito, esente da desideri e libero dal desiderio di appropriarsi di qualcosa”.

Sarvepalli Radhakrishnan, nella sua nota a questo verso, scrive:

“Scopo principale di questa tecnica è di innalzare la nostra coscienza dall’ordinario stato di veglia a più alti livelli di consapevolezza fino a farle realizzare l’unione con la Realtà somma. Di solito la mente umana è rivolta all’esterno. Il farsi però conquistare dagli aspetti meccanici e materiali della vita porta allo squilibrio dal punto di vista psicologico. Lo Yoga cerca di esplorare il mondo interiore della coscienza ed aiuta a compiere l’integrazione del conscio e del subconscio”.

Osservando gli Yama e i Niyama, si impara a raggiungere l’equilibrio tra il proprio mondo interno e quello esterno  e a mantenerlo. Queste norme devono essere interpretate  non solo nel loro significato più manifesto ma anche in senso “sottile”, argomento di cui tratterò nel prossimo articolo.

Krsna parla ad Arjuna

 

 

Fonti: Teoria e Pratica dello Yoga – Vita nello Yoga -L’Essenza degli yoga Sutra di B.K.S. Iyengar – Ed. Mediterranee — Bhagavadgītā – Sarvepalli Radhakrishnan – Ubaldini Editore

 

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